Camera 713

La prima volta che vidi Xavier avevo nove anni. Me ne stavo chiuso nella stanza d'albergo, quando sentii la porta aprirsi e vidi spuntare una testa piena di capelli ricci e neri, seguita dal suo proprietario, una ragazzino di circa quattordici anni, con grandi occhi color nocciola e un neo sulla guancia sinistra, mingherlino, nero, vestito poveramente. Si portava dietro un enorme carrello carico di secchi e stracci, di quelli che usano le donne delle pulizie , e si accingeva a lavare il pavimento quando gli feci notare la mia presenza. “Ehi, qui ci sono io!”. Xavier alzò la testa per vedere chi avesse parlato e mi vide. Per un attimo restò a fissarmi, interdetto. Ci somigliavamo molto : entrambi neri, con i capelli ricci e scuri, solo che io ero steso sul letto in mezzo ad una marea di libri, lui era piegato su un secchio pieno d'acqua e detersivo. “Mi scusi, credevo non ci fosse nessuno”, borbottò, e stava per andarsene, quando mi resi conto di quello che aveva detto. Mi scusi? “Perché mi dai del lei?” gli chiesi. Mi rispose : “La mamma mi ha detto di fare così se incontro qualcuno”. “Tua madre? Ma chi è? Chi sei tu?”. Ero solo un bambino, e ancora non sapevo come fare domande in modo gentile. Forse fu proprio questo che indusse Xavier ad abbandonare l'atteggiamento servile e parlarmi normalmente. “Mia madre lavora qui. Per guadagnare di più lavoriamo tutti e due: lei controlla chi c'è nelle camere, e poi ce le dividiamo. Io pulisco quelle dei primi piani, lei quelle dei piani alti”. Come ho già detto, ero molto piccolo, ma sapevo che da quelle parti i bambini che non passavano le giornate per strada erano pochi, e sapevo riconoscere un ragazzo povero che aiutava la madre a raccimolare un po' di soldi. “Ma tuo padre non lavora?” “Mio padre sta in prigione. Aspetta...ma com'è che parli la mia lingua?Di solito le persone che incontro qui parlano tutte inglese, francese, tedesco...o almeno così mi dice la mamma. Io non capisco nulla. Dove sono i tuoi genitori?” E fu così che iniziammo a conoscerci. Gli raccontai la mia storia, lui mi raccontò la sua. Io ero brasiliano come lui, ma quando avevo quattro anni ero stato adottato da un professore di matematica americano, che non aveva moglie né figli, ed ora il mio padre adottivo mi aveva portato a San Paolo per cercare i miei veri genitori, e saremmo stati lì per un paio di mesi. In quel momento era nel ristorante dell'albergo per fare colazione, credendo che io dormissi. Xavier era nato e vissuto a San Paolo. Sua madre, un tempo studentessa di lingue la cui laurea era stata mandata a monte dai debiti del marito, faceva la donna delle pulizie in quel grande albergo mentre il fratellino più piccolo, Miguel, restava con una sua amica, e Xavier la aiutava. Il padre di Xavier era in galera perchè aveva aggredito ed ucciso un turista che aveva tentato di abusare della moglie. -“Come ti chiami?” -“Xavier”. -“Piacere, Miguel” -“Come il mio fratellino!” -“Già”. Si udì un rumore in lontananza. “Mia madre! Devo andare, sennò mi picchia. Se entra, dille che sono entrato e mi hai detto di passare a pulire più tardi.” Scappò via trascinandosi dietro il carrello. Da allora io continuai a fingere di dormire fino a tardi in modo che mio padre mi lasciasse solo, e Xavier continuò a passare nella mia stanza. L'ottavo giorno Xavier si incuriosì guardando i libri di scuola che mio padre mia aveva fatto portare sparsi sul letto. “Questi cosa sono?” “Libri di scuola.” “Davvero? Io non ho mai fatto la scuola”. Me lo aspettavo, questo. Gli chiesi: “Ma allora non sai leggere?” Lui mi spiegò che si, sapeva leggere, ma solamente perché la madre gli aveva insegnato in modo che non si perdesse nell'albergo. “Ma mi piacciono molto di più i numeri che le lettere. Ci si posso fare tante cose. Metterli insieme oppure toglierne uno dall'altro, moltiplicarli”. “Io invece non ci vado proprio d'accordo. Mio padre dice che devo solo esercitarmi di più, ma io continuo a non riuscire a fare gli esercizi. Lui si arrabbia tanto quando vede la pagine del quaderno piene di cancellature e calcoli fatti male...” “Posso provare?” chiese improvvisamente. “In che senso provare? Vuoi fare un esercizio?” “Mi piacerebbe provarci”. Curioso, gli tesi il mio problema di matematica ed una penna. Lo vidi ragionare, curvo sul quaderno, con i capelli ricci che gli coprivano il viso. I grandi occhi color nocciola iniziarono a sfrecciare da una parte all'altra del quaderno e Xavier cominciò a scrivere, la lingua tra i denti. Dopo dieci minuti mi restituì il quaderno con un gran sorriso stampato in faccia. Guardai la soluzione scritta con la calligrafia incerta di un semianalfabeta, e con grande stupore constatai che era giusta. “Ma come hai fatto?” “Era semplice in realtà”. Lo fissai con una certa invidia. Io ero stato mezz'ora su quella pagina senza riuscire a fare nulla di decente, e lui, che non aveva fatto nemmeno la scuola, ci era riuscito in dieci minuti. Farmi aiutare da Xavier divenne un'abitudine. Ogni giorno io mettevo il quaderno nello zaino ed insieme ce ne andavamo in giro per i dintorni nell'albergo, poi ci fermavamo da qualche parte e facevamo i compiti insieme, anche se ogni cosa aveva il suo prezzo. Non ero mai stato fuori dall'hotel, e sebbene esso fosse nella parte ricca di della città, si vedeva chiaramente l'altra San Paolo, la San Paolo che io ricordavo solo vagamente ma dove Xavier era nato e cresciuto: la baraccopoli. Vedevo capanne fatte di lamiere e reti metalliche, vedevo bambini vestiti di stracci che giravano per la strada vendendo lattine e oggetti rubati ai turisti durante incursioni nella parte ricca. Vedevo uomini che mendicavano e si picchiavano tra di loro. -”Ma tu abiti là?” -”Non più. Prima che papà andasse in galera si, ma poi la mamma ha trovato il lavoro all'albergo e siamo riusciti a prendere in affitto un casa.” -”Dove è?” -”La, guarda. Non ti ci posso portare perché la signora che bada al mio fratellino di quattro anni è un gran chiacchierona e lo direbbe a mia madre”. Mi stava indicando una casetta minuscola di cemento accanto al parcheggio che non poteva essere più grande della mia stanza d'albergo, guardandomi con un gran sorriso, come se mi stesse indicando un reggia. Ma, nonostante ciò, era troppo bello. Io non restavo più solo tutto il giorno mentre mio padre cercava di rintracciare i miei genitori, e per di più ricevevo anche le sue lodi per quanto stavo migliorando in matematica! Ogni volta che guardava il mio quaderno leggevo nei suoi occhi orgoglio malcelato. Dopo un'altra settimana avvenne qualcosa che fece precipitare la situazione : mentre facevamo i compiti mio padre entrò in camera per dirmi che aveva trovato i miei genitori, e scoprì perché d'improvviso ero diventato un matematico nato. Dapprima sembrò che stesse per arrabbiarsi, poi guardò Xavier e si rese conto di quello che vedeva. Un ragazzino povero come tantissimi: non aveva studiato, non aveva ricevuto un minimo di istruzione. Eppure risolveva problemi di matematica. Fu così che inizio a dare lezioni a Xavier. Finché la madre di colui che oramai era il mio migliore amico entrò nella stanza. “Xavier! Ti avevo detto di non fermarti a parlare se incontri qualcuno!” E già lo aveva preso per capelli per trascinarlo fuori quando mio padre intervenne: -”Sono io il responsabile, signora Jordan.” -”E chi sarebbe lei?” -”Sto dando lezioni di matematica a suo figlio”. -”Cosa? Si rende conto di quello che sta facendo? Io lavoro tutto il giorno insieme a lui per tirare avanti e lei me lo toglie? -”Signora, Xavier ha un talento naturale. Non può rimanere inosservato, è un vero genio. Sono disposto a fare tutto pur di aiutarlo”. -”Si, certo. Dovrebbe portarlo via di qui per aiutarlo. Mi dispiace per i suoi sogni di gloria, ma mio figlio non ha i mezzi per studiare”. E di nuovo stava per andarsene. -” Io sono un professore universitario. Mio padre era ricco e mi ha lasciato una fortuna, ho un buon reddito, una casa enorme. E non intendo mollare qui suo figlio”. Continuarono a discutere per un bel pezzo, urlando anche abbastanza. Noi fummo sbattuti fuori, e rimanemmo a origliare alla porta (non che ce ne fosse bisogno, dato il volume delle voci). In quello litigata si decideva il destino di Xavier. Lo guardavo, vedevo il suo sguardo rapito mentre li ascoltava, i suoi grandi occhi nocciola che si riempivano di lacrime, e capivo che il suo più grande desiderio era andare via da San Paolo, dalle baraccopoli, dal lavoro forzato, e che le urla di sua madre lo stavano facendo sfumare. E infine: -”Io, Edward Grey, le assicuro che sono disposto a portare via con me lei, Xavier e il suo fratellino, e a mantenervi come se foste la mia famiglia! Questa è la mia ultima parola”. La porta si aprì di colpo, e mi accorsi che la mamma di Xavier era in lacrime. E, altrettanto improvvisamente, mi resi conto che erano lacrime di gioia. Xavier annuì. Nonostante ci fossero sprazzi di futuro nei suoi occhi, non immaginava nemmeno cosa sarebbe diventato. Studente modello, laureato, professore universitario. Ma anche padre, zio, benefattore. Tutto nacque nel momento in cui sua madre, ancora incredula, gli chiese : “Ma è questo che vuoi davvero?” “Si”. Xavier Rodrigo Jordan non aveva niente; ha avuto tutto. Gli è bastato bussare alla porta della camera numero 713.



Silvia Colucci (I Bts)




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